martedì 26 gennaio 2010

Se perdiamo la memoria

Immaginate che un giorno prendiate un colpo in testa (non è un augurio, per carità) e che per questo perdiate totalmente la memoria. Non sareste in grado di ricordare nulla: chi siete, cosa fate, chi sono le persone che vi circondano. Vita passata e presente cancellata. Dovrete ricominciare daccapo. Un gran bel problema.
La memoria delle cose passate è importante per costruire le cose future, per non ripetere gli errori già fatti, e per realizzare nuovi successi. Perdere la memoria significherebbe, dunque, reiniziare un processo cognitivo e applicativo che avevamo già avviato, e che ci stava conducendo verso nuovi e migliori percorsi. Ecco l'importanza della memoria. Non è solo una fotografia sbiadita del passato, ma rappresenta un faro per il futuro.

La memoria di per sé è un'arma che scaccia via i fantasmi del passato. Ma disinnescata può rappresentare un'arma ben più pericolosa, perchè a vantaggio di pochi e a svantaggio di tutti. Quale futuro potrà mai avverarsi se non fondato sui libri di storia? Un futuro senza memoria storica è come un palazzo senza fondamenta: crolla alla prima scossa. Ed è di nuovo da ricostruire.
Sembra che la società italiana attuale sia stata colpita da un'amnesia collettiva, e che ora si ragioni con argomenti del tutto scollegati dal passato, già giudicati e condannati dal processo storico. E non serve che sia passato tanto tempo per dimenticarsi di pagine anche buie della storia italiana. Come tangentopoli. Infatti negli ultimi giorni si sta tentando di riabilitare la figura di Bettino Craxi. Ma questo perchè? Perchè giustificare le malefatte di un importante politico del passato, significa giustificare tutte le malefatte dei politici attuali. Per questo è necessario dimenticare. Cancellare la memoria storica. E ciò può essere fatto solo con un uso pilotato dell'informazione. E' sempre lei. Ecco perchè negli ultimi giorni in televisione si è parlato poco dello scandalo tangetopoli e dell'inchiesta mani pulite quando si è ricordato il decennale della morte dell'ex Presidente del Consiglio. Si è parlato più della sua figura di "statista", lasciando un dubbio, un alone di mistero, intorno alle sue vicende giudiziare, e sul perchè è scappato dall'Italia. Così si salta una generazione, quella dei più giovani, i neoventenni, che non avendo vissuto queste vicende ignobili della Repubblica Italiana, non verranno mai a sapere come sono andati i fatti e chi era in realtà Craxi. E anche i più anziani, complice il trascorrere del tempo e le belle parole che la classe politica attuale spende per l'ex leader socialista, non avrà più tutte quelle remore nel considerare Craxi, in fin dei conti, un grande politico.

Ma non è tutto: l'operazione estingui-memoria non si limita solo a questo. Per questo la perdita della memoria è divenuta una emergenza. Sto parlando di un'altra memoria, una con la M maiuscola, ed è la Memoria che si celebra proprio oggi, nel Giorno della Memoria. Sappiamo tutti qual è la Memoria che non vogliamo e non dobbiamo assolutamente eliminare, ma nonostante ciò a questa Memoria vengono inflitti dei colpi terribili. La beatificazione di Pio XII (già ne ho parlato in precedenza) è un attacco gravissimo alla Memoria. E sembra che possa dare i suoi risultati visto che nessuno (oltre alla comunità ebraica che non può dimenticare) ha osato alzare la voce contro questo vergognoso atto. A cosa potrebbe servire una beatificazione del genere? Quali meriti si possono ascrivere a questo papa? La beatificazione rientra semplicemente nell'operazione di estinzione della Memoria, non solo dell'olocausto, ma della memoria generale; così se siamo riusciti a dimenticare una pagina storica del genere, saremmo capaci di dimentarci qualsiasi cosa.

Infine, sembra che siamo già riusciti a dimenticare un altro episodio storico che ci riguarda direttamente: quello delle emigrazioni di massa del popolo italiano che ha avuto inizio nel secolo XIX e si è protratto fino alla metà del secolo successivo. Il più grande esodo migratorio della storia moderna. Ce l'abbiamo solo noi. Un giorno i padri di chi oggi vuole cacciare l'immigrato sono andati a cercare fortuna all'estero, l'hanno trovata e hanno potuto mettere su famiglia e continuare la dinastia che ha dato luce all'attuale xenofobo. Uccidere la memoria, significa allora, uccidere noi stessi.

venerdì 15 gennaio 2010

I proletari del 2010


In merito agli episodi di Rosarno, forse a non tutti è chiara la vera entità del problema. Accendendo la tv, sfogliando i giornali e persino leggendo le notizie su internet, si parla principalmente degli aspetti razzisti della vicenda. E via con le solite e scontate condanne, con le solite banalità che da sempre contornano la questione del razzismo. Di razzismo si è trattato, è evidente, ma questo è il caso in cui un episodio grave aiuta a scoprirne uno ancora più grave. Anzi più che scoprire, a concentrare l'attenzione. Si tratta del dramma dello sfruttamento di migliaia di lavoratori immigrati che, giunti nel nostro Paese per sfuggire alla povertà, si ritrovano costretti a prestare la loro manodopera per miseri compensi, ed in condizioni ai limiti dell'accettabile. Senza alcuna tutela, senza alcuna garanzia. Sembra di ritrovarsi ai tempi del capitalismo selvaggio, quando l'uomo era considerato solo un fattore della produzione, e non importa di che colore sei o che lingua parli: l'importante è che produci. Ed è questa la linea seguita da chi offre lavoro agli immigrati, non solo nella piana di Rosarno, ma in tutto il Meridione nonchè nel Nord Italia.

Non dobbiamo dunque preoccuparci troppo del razzismo. Il razzismo è solo frutto di imbecillità, mentre lo sfruttamento è frutto di crudeltà. Quest'ultimo rappresenta uno stadio superiore e più pericoloso della sola xenofobia. Rappresenta consapevolezza della diversità e approfittarsi di essa. E' una realtà molto sviluppata che purtroppo non viene denunciata perchè ormai fa parte di un sistema. E' la norma. E ora, che in seguito ad episodi di violenza nei confronti dei numerosi immigrati, la difficile realtà è stata portata sotto la luce dei riflettori, si cerca ancora di ignorare, di fare gli indifferenti di fronte al sistema, e ci si infuria invece con il problema del razzismo, che l'Italia invece non ha ancora conosciuto sul serio, visto il numero relativamente basso di stranieri e immigrati rispetto agli altri Paesi europei. L'Italia a mio avviso, non è, o non è ancora, un Paese razzista.

Gli immigrati dunque sono i proletari del 2010. Lo sono perchè non hanno scelta. Preferiscono essere le vittime di un certo sistema di ingiustizia sociale, piuttosto che patire la fame e la miseria nel loro Paese d'origine, magari dilaniato da qualche guerra o controllato da un regime dispotico del dittatore di turno. Ma forse le vittime non sono solo loro. Perchè se i proletari piangono, di certo i capitalisti del 2010 non ridono. Anche loro non hanno scelta. Anche i proprietari dei campi di arance e mandarini che offrono lavoro agli immigrati sono a loro volta vittime di un sistema ancora più grande, e ancora più pericoloso. Costituito sempre dal libero mercato e dall'inerzia dell'operatore pubblico nell'attuare politiche dei prezzi a difesa dei produttori, che si impoveriscono nei confronti dei commercianti che rivendono i loro prodotti. E' la stessa storia del prezzo del grano e del prezzo della pasta. Il primo che scende e il secondo che sale. Situazioni difficili le stanno affrontando anche i produttori di latte, ma anche di olio e vino. Sembra l'inizio di una crisi agricola di cui ancora nessuno vuole parlare, eppure i segnali sono forti.
I problemi, dunque, della società italiana, sono altri e molto più gravi: e non mi venite a parlare di razzismo.

mercoledì 23 dicembre 2009

A Natale puoi...

Miracoli natalizi. Durante il periodo festivo tutto è possibile. Anche i deliri della politica. Anzi, quelli si intensificano perchè già presenti in tutto il corso dell'anno. Ma c'è un motivo: a Natale siamo tutti più buoni. Ed ecco arrivare il dialogo. Ed ecco la riappacificazione. Sarò stato profetico? Avevo annunciato questo pericolo proprio nell'intervento precedente. Quindi ecco vecchie salme della politica che resuscitano in nome di un accordo bipartisan sulle riforme, in nome di un dialogo che spazzi via il clima di odio che si è creato nel Paese. L'occasione è buona: l'aggressione a Berlusconi ha sdegnato l'opinione pubblica e ha fatto emergere il tema dell'odio, sul quale non può essere costruita la politica italiana. E poi il Natale è alle porte, e l'odio non ci sta tanto bene. Godiamoci l'effetto sedativo del Natale.

Chissà se dopo le abbuffate natalizie, dopo aver scartato i regali sotto l'albero, dopo aver brindato al nuovo anno, questo insostenibile clima di tensione non si sia stemperato e finalmente la politica torni ad occuparsi di ciò di cui si è sempre occupata: i proprio affari. Questo è quello che si augurano i soliti politici, le vecchie salme, i portatori sani di buonismo, i Re Magi del dialogo. Con tutte queste manifestazioni di piazza, con tutti questi giornali e blog e social network che dicono tante cose inopportune la gente si sta rendendo davvero pericolosa, troppo esigente, si eleva a ranghi inconsueti, e ciò non fa bene alla solita politica. Alla solita classe politica. Si spera nel Natale...

A Natale è possibile più di tutto questo, a Natale si va oltre l'immaginazione. A Natale ci sono i saldi. La svendita dello Stato è già cominciata prima con la riforma delle Università e poi con la privatizzazione dell'acqua. Ora si continua con la privatizzazione delle forze armate. Chissà se dopo non toccherà alla Giustizia o alla Sanità. Con una sorta di riforma Obama al contrario. Gli americani potrebbero presto ridere di noi. Già è davvero spiritoso che un governo di destra vendi il simbolo della potenza di una nazione a società private. Ma quando vieni a sapere che non è uno scherzo smetti di ridere. Già perchè anche le vecchie ideologie (già dannose di loro) sono state sacrificate a vantaggio dei consueti interessi particolari tanto cari ai nostri politici. Perchè è chiaro che una forza armata gestita da una spa non potrà più essere impiegata esclusivamente a salvaguardia delle esigenze nazionali. Perchè è davvero costosa. Costosissima. Solo se è proficuo. Solo se rende si potrà impiegare. Ecco al voi il business della guerra. Un business controllato dal Ministro della Difesa e dai suoi nominati (consiglieri d'amministrazione e dirigenti). Il tutto grazie ai soldi dei contribuenti. Niente più Parlamento (sulla cui funzionalità d'altro canto, si possono persino sollevare obiezioni). E pensate anche che nel decreto (ancora in fase di scrittura) è prevista anche la gestione di "sponsorizzazioni". Chissà cosa proveremo quando magari vedremo il nuovo caccia con la M del Mc'Donalds.

E non è finita qui, a Natale. Vorrei parlare ora di un'altro tema che non riguarda più la politica ma che per me è stato comunque motivo di indignazione. D'altronde si tratta di religione. E mi riferisco al decreto di beatificazione firmato da Benedetto XVI di papa Wojtyla e di papa Pio XII. Sono logiche interne di una organizzazione religiosa, che quindi non dovrebbero avere ripercussioni sui non aderenti, ma nemmeno sugli stessi fedeli poichè si tratta di mere certificazioni formali. Eppure questo decreto ha suscitato proteste e scalpore per via della beatificazione di Pio XII, un papa sul quale pende una oscura nube di connivenza con i regimi nazisti e gli insopportabili silenzi mantenuti nei confronti della Shoah. La comunità ebraica ha tutte le ragioni per esprimersi contraria, dal momento che si tratterebbe di un grave attacco alla memoria della strage, oltraggiata e non poco dai sempre più numerosi negazionisti. E allora a che serve indignarsi per il furto della scritta sul campo di sterminio di Auschwitz se sei un cattolico e permetti che le tue istituzioni religiose possano fare tutto ciò? A Natale è possibile anche questo.
Forse sono stato troppo duro sui temi trattati oggi e un po' lo ammetto, mi sarò lasciato trasportare dall'emotività, allontandomi da un profilo riflessivo e distaccato che ho sempre cercato di mantenere in tutti gli interventi. Ma che ci volete fare, è Natale...

martedì 15 dicembre 2009

O dio

Negli ultimi tempi stavamo già avvertendo la sensazione di un certo clima di tensione sociale molto intenso, trascinato (o provocato?) dal livore del dibattito politico. Le posizioni contrastanti si sono fatte sempre più distanti, gli atteggiamenti sempre più duri e i toni sempre più aspri. In poche parole si è creato odio. Ma è normale che questa componente debba rientrare nel confronto politico con le gravi implicazioni alle quali essa può portare e che alla fine ha portato? La risposta in fondo è no. Un sentimento come l'odio deve essere estraneo a certi ambiti. Ma è necessario che qualunque tipo di sentimento rimanga al di fuori della politica. La politica, è e deve rimanere una questione meramente tecnica: si esprime il consenso a favore di un progetto politico, ma non si può pretendere di amare o di adulare il portatore di tale progetto e nè di converso odiarlo e attaccarlo. Si può invece sostenere e criticare, contribuendo così all'arricchimento del dibattito e al raggiungimento così di soluzioni il più condivise possibili.

Chi pretende amore non può certo credere di non aspettarsi anche odio. E' dunque anomalo ritrovare in politica questi aspetti sentimentali, che tracciano un legame emotivo tra eletto ed elettore fino a giungere al vero e proprio fanatismo, alla vera e propria esasperazione. Un politico può godere di stima, di rispetto, di riconoscenza, ma non di amore. Conseguentemente potrà godere di disprezzo, di disistima e di critica, ma non di odio.

E il clima di forte tensione sociale è poi il risultato di chi gestisce la politica facendo leva sui sentimenti della gente. La società è così nettamente separata tra l'adulazione inspiegabilmente esaltata dei sostenitori di un personaggio politico e tra l'odio feroce ed irrazionale dei suoi detrattori. Il confronto si articola in questa maniera su posizioni preventive assunte dagli schieramenti senza adeguate riflessioni sugli argomenti. Se vogliamo essere più precisi, a queste condizioni c'è proprio l'impossibilità di avviare un vero confronto.
Si parlava di dialogo. Il dialogo è una bufala. Non esiste il dialogo nel dibattito politico. Perchè dialogo non è sinonimo di confronto. Il dialogo è uno scendere a patti. Significa accettare delle condizioni. Può rivelarsi una presa in giro. E' il confronto la vera esplicazione della politica. Presentare le diverse esigenze della società con le varie soluzioni possibili e indicare quale è la migliore da adottare. Il dialogo invece è il connubio tra gli affari dei politici.

I politici remano tutti nella stessa direzione e sono tutti padri di questo clima di tensione. Ma la deriva della politica italiana è anche rappresentata dalla volgarizzazione dei termini usati, e dagli insulti facili, così da avvicinare la politica agli ambienti più bassi e rudi trasformando il suddetto confronto in un tema affrontabile senza valide conoscenze e senza fermi argomenti e convinzioni, basta assicurarsi un discreto bagaglio di offese e rozzi improperi.
Di conseguenza chi possiede dei forti convincimenti, di idee e principi per i quali è disposto a scendere in piazza a protestare e a farsi sentire, viene malauguratamente identificato come l'espressione di odio e, nella peggiore delle ipotesi, incriminato di gesti aggressivi e violenti.

mercoledì 9 dicembre 2009

Io ho un'arma

Negli ultimi anni, ma soprattutto negli ultimi tempi, si sta verificando l'avanzata di una popolo armato, più deciso e combattivo che mai. Un popolo che intende scrollarsi di dosso le macerie della politica italiana e rivendica il suo ruolo di soggetto e non di oggetto delle decisioni pubbliche. Ignorato e talvolta stigmatizzato dai media tradizionali, ha trovato nella Rete la sua arma principale. L'arma che potrà renderlo invincibile. L'arma che potrà permettergli di amplificare il diritto di opinione, ciò che più teme la casta politica.

Grazie ai blog, ai social network, a piattaforme come youtube, tutti i cittadini sono e saranno sempre più in grado di esprimersi riguardo a particolari notizie in maniera larga e diffusa. Il cittadino diventerà così parte attiva ed operativa della società e del dibattito politico. Potrà non solo ricevere, ma anche dare. Potrà non solo subire l'informazione contraffatta dei media tradizionali, ma anche rispedirla al mittente. La comunicazione non sarà più intesa in modo unilaterale. La Rete è divenuta ormai l'ultima frontiera dell'informazione.
In principio fu la radio. Poi la televisione divenne la sua evoluzione, aggiungendo al sonoro anche il potente effetto delle immagini. Ora tocca ad Internet. Oltre a ricevere i contenuti multimediali, possiamo anche darli. Oltre a conoscere le notizie possiamo anche commentarle. Oltre a credere alle notizie possiamo anche smentirle. E così si crea una corretta informazione. La quale è alla base di una corretta conoscenza.

Il "Popolo viola" è un esempio lampante di gente armata di opinioni che lotta per sottrare la politica ad una casta precostituita e sorda agli interessi della gente, e che lotta per una corretta e seria informazione che tenga al corrente tutti i cittadini degli oscuri meccanismi di questa politica, e che li stimoli ad un sano e genuino interesse nel dibattito politico.
Il "Popolo viola" è il prodotto di una giusta informazione e di una coscienza critica.

La Rete è in grado non solo di fornire corretta informazione, ma anche di generare dibattiti intellettuali e culturali e di risvegliare il carattere creativo e propositivo del cittadino, assopito dopo anni di dominio televisivo. Ma è anche in grado di formare la coscienza critica, intesa come caratteristica fondamentale di un libero cittadino. Basta con la politica "di mestiere", distinta e separata dalle esigenze della società e fine solo agli interessi dei "soliti". Dei soliti politici da anni e dei soliti partiti che cambiano la sigla ma non la sostanza. Basta anche con il governo dei partiti, i quali si ergono a portatori di volontà popolari, ma al loro interno si trattano e si concludono gli affari dei potenti di turno. La società civile deve riuscire a riappropiarsi della politica.
E' bene non fare della politica un interesse di pochi.

lunedì 30 novembre 2009

Tutto passa da qui

Siamo uno dei pochi Paesi al mondo che possono "vantare" due istituzioni differenti che esercitano la sovranità su un unico suolo. Una è l'autorità tipica statale che riscuote i tributi dalla popolazione per offrire servizi collettivi utili a raggiungere il benessere di tutti i consociati. L'altra è una associazione organizzata di individui, che intende avvicendarsi nel controllo del territorio all'autorità centrale, impegnandosi nella costruzione di una organizzazione di riferimento capace di gestire l'intera economia del territorio sottoposto a controllo e di offrire a chi se ne rivolge lavoro, stabilità e sicurezza. Questa organizzazione raggiunge i propri scopi senza crearsi troppi scrupoli, utilizzando anche il metodo dell'eliminazione dell'avversario. La direzione di questa organizzazione non si acquisisce con il diritto, ma attraverso la dimostrazione di forza. Signori e signori questa è la mafia. O, più in generale, la malavita organizzata.
La mafia è in competizione con lo Stato, la mafia tende a sostituirsi allo Stato, la mafia tende a fondersi con lo Stato.

La mafia è infatti nata per sopperire all'assenza dello Stato ne lmeridione d'Italia durante le rovinose dominazioni che si sono susseguite fin dall'istituzione del Regno di Sicilia. Proprio per via dell'assenza dell'autorità centrale alla quale la popolazione, che versava nella miseria potesse fare affidamento, sono nate questo tipo di organizzazioni sul territorio. E dal momento in cui si sono radicate e hanno creato le loro strutture, non hanno più cessato di esercitare il loro potere. Anche perchè sono state sottovalutate per troppo tempo. Quindi il concetto iniziale sembra ribaltarsi: non sono più le organizzazioni mafiose a doversi sostituire allo Stato, ma è quest'ultimo che deve anteporsi alle prime, anche e perchè la malavita organizzata trova sostegno nella popolazione che la considera l'unica e vera istituzione sulla quale contare per ottenere lavoro e ricchezza.

La mafia ha poi esteso il controllo anche all'interno delle strutture dell'altro potere, lo Stato, poichè è da lì che passano le decisioni che destinano le risorse di tutta la Nazione (e soprattutto i soldi di tutti gli italiani), ed è un centro di potere imprescindibile. Diversi politici hanno dunque ritenuto molto conveniente fare affari con questa associazione e soddisfare interessi personali grazie al radicato controllo sul territorio che essa esercita. Tutto passa dalla mafia. Gli appalti, il contrabbando di tabacchi e di armi, lo spaccio di droga. Ma non solo: per qualsiasi cosa ci vuole il permesso della mafia. Per aprirsi una attività commerciale. Per coltivare la terra. Per aprirsi uno stabilimento industriale. Fare affari con la mafia può essere molto remunerativo. In tanti, tantissimi uomini d'affari italiani si sono ritrovati a trattare con essa proprio perchè non ne potevano fare a meno, visto lo strapotere economico che poteva vantare.

Sradicare la mafia dalla società è una operazione molto difficile e impegnativa, ma può essere portata a termine. Solo se si pongono le condizioni per farlo. Ai nostri politici non conviene combattere la mafia perchè ne varrebbero i loro interessi particolari, ossia soldi e potere. E soldi e potere sono gli interessi dei mafiosi.

sabato 21 novembre 2009

Lo facciamo in Privato

C'è un argomento, un tema di discussione, una preoccupazione, per alcuni un pericolo, che i tradizionali mezzi di informazione non trattano, non riferiscono, di cui preferiscono non parlare. E' l'ascesa dell'operatore privato nelle istituzioni, nella società. Con ascesa in questo caso si definisce una nuova fiducia che i governanti intendono affidare ai privati, nel risolvere carenze di efficienza e di qualità nei servizi da destinare al pubblico. Ed è così che si sta parlando di privatizzazione dell'acqua, e di (celata, in questo caso, per via della pericolosità dell'intento) privatizzazione del sapere con la riforma dell'Università. Come se i privati fossero la cura a tutti mali, ma è chiaro anche a chi sostiene i benefici di tale cura che la guarigione attraverso essa è lontana, e gli intenti sono ben altri.

Che i servizi pubblici soffrano di carenze importanti, questo è assodato, infatti i problemi delle Università sono ben noti e gli stessi manifestanti protestano contro la riforma non certo per un mantenimento dello status quo, ma contro una politica che di certo non migliora la situazione del sistema universitario.
Anche per quanto riguarda il servizio di trasporto su ferrovia ci sono rilevanti carenze e disservizi, ma in questo caso la "Trenitalia" non è più una società completamente pubblica, ma vi sono le partecipazioni dei privati. Eppure poco sembra cambiato.
Ancora più irragionevole sembra essere il dl Ronchi sulla privatizzazione della gestione e della distribuzione dell'acqua. Mascherata come un obbligo comunitario, si è voluta affidare la gestione delle reti idriche, e quindi della proprietà di fatto dell'acqua, ad aziende private che saranno libere di imporre i prezzi. Il fatto che la proposta sia rientrata nel decreto legge "Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari", sembra essere in controtendenza con quanto sta avvenendo invece a Parigi, e cioè la ripubblicizzazione dell'acqua, forse perchè la città si è ritrovata strangolata dai pesanti rincari dell'oro blu. Ciò è quanto è avvenuto anche nel comune di Latina, dove si è passati ad un regime privato dell'acqua già da diversi mesi e dove si sono registrati rincari di circa il 300%. Contro nessun miglioramento di efficienza nel servizio. Allora sarebbe utile riuscire a capire perchè attuare delle misure che vadano in questo senso. E la risposta, a mio avviso, è sempre legata a quella logica dei favoritismi ad amici, ed amici degli amici, che vedono concedersi la possibilità di lucrare sui beni di tutti.

Per quanto riguarda il riordino del sistema universitario,esso prevede una quota del 40% di "esterni" negli organi decisionali dell'Università. La nomina di tali esterni sarà affidata al rettore che avrà libertà di scelta sulle personalità da far rientrare nel Consiglio d'Amministrazione. Quest'ultimo delibererà sulle funzioni di indirizzo strategico, sul bilancio, e sull'attivazione o la soppressione dei corsi e delle sedi. E' ben chiaro che una componente privata delibererà non sulla base di valutazioni culturali, ma su esigenze di cassa e previsioni di profitto. Così da preferire corsi di laurea "fruttuosi" dal punto di vista economico, e non invece corsi (come Lettere, Filosofia, Sc. Politiche) nei quali investire non è proficuo, ma che contribuiscono d'altro canto a diffondere cultura e libertà di pensiero, mentre la classe politica vuole il cittadino-macchina che produce e sta al suo posto. Smantellare la cultura è il punto cardine per una politica che non vuole il dibattito, l'opposizione, i contrari, e tende a mantenere lo status quo, ossia l'egemonia dei politici sulla collettività.

Oltre alla libertà di pensiero e di informazione ci stanno togliendo, dunque, anche i beni primari come l'acqua e la formazione. Gli aspetti di questi provvedimenti cui ho parlato sono molto più articolati e ci sarebbe molto altro da dire. Ma cosa più grave è l'assenza di informazione nei media tradizionali i quali sono in mano alla bigotteria e all'ottusità della attuale classe politica che si trova di fronte le proteste di centinaia di migliaia di studenti, operai, membri della società civile che rivendicano ancora un po' di dignità nei confronti di chi li ignora.